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La nuova stretta penale: sicurezza o controllo?

Quattordici nuovi reati, nuove circostanze aggravanti, repressione estesa al dissenso pacifico.

Le recenti modifiche normative — presentate come necessarie risposte a esigenze di sicurezza — suscitano interrogativi profondi sul bilanciamento tra ordine pubblico, diritti fondamentali e legalità costituzionale.

Tra le misure più discusse: la possibilità di incarcerare donne in gravidanza o madri con figli in tenerissima età. Un provvedimento che, al di là del dato giuridico, solleva importanti riflessioni etiche e culturali. Non solo per l’impatto diretto sulle condizioni detentive, ma per ciò che simboleggia: la progressiva erosione delle garanzie anche nei confronti dei soggetti più fragili.

Un confronto storico non secondario

Persino il Codice Rocco, espressione di un ordinamento autoritario, riconosceva implicitamente il valore della resistenza passiva come forma di opposizione non violenta a leggi o ordini ritenuti ingiusti, escludendone la punibilità.

Lo stesso codice, all’art. 146, stabiliva che non potesse essere data esecuzione alla pena nei confronti di madri di bambini di età inferiore a un anno, sancendo un principio di tutela che oggi rischia di essere messo in discussione.

Sicurezza o sorveglianza?

L’interrogativo è inevitabile: ci sentiamo davvero più sicuri o, piuttosto, più sorvegliati, più limitati, più esposti a un potere che sembra lasciare sempre meno spazio al dissenso e alla fragilità?

Il rischio è che il concetto di “prevenzione” venga distorto fino a giustificare una compressione generalizzata dei diritti fondamentali.

Diritti, dignità e silenzio

Come potrà un detenuto, già in condizioni precarie, denunciare abusi o condizioni inumane senza temere un aggravamento della propria situazione?

E come potrà crescere un neonato dietro le sbarre, privato fin dai primi mesi di vita di un ambiente sano, protetto, conforme ai suoi diritti?

Non siamo soltanto dinanzi a una possibile deriva autoritaria.

Siamo di fronte a una deriva morale, più profonda e insidiosa.

E ci riguarda tutti. Nessuno può dirsi davvero estraneo. Nessuno può ritenersi innocente.

In questi casi, il silenzio non è mai neutrale. È già una forma di scelta.

E, spesso, è la meno coraggiosa.